Farmaci psicotropi o terapia della parola?

L'integrazione fra i due trattamenti è la soluzione migliore, soprattutto per i casi clinici difficili

di Roberta Manfredini

ragazza che assume farmaci per depressione

La patologia mentale lieve, come potrebbe essere un forte esaurimento da stress post eventi luttuosi o dopo un divorzio, non sempre necessita di trattamento farmacologico ma potrebbero essere sufficienti delle sedute psicoterapeutiche condotte dallo psicologo/a.

Mentre nei casi clinicamente difficili da gestire, come in situazioni di autolesionismo o eterolesionismo non controllabili e prevedibili che implicano responsabilità e sicurezza, lo psichiatra interviene anche con la terapia farmacologica.

Quindi, se la causa del disturbo mentale è di natura biologica interviene lo specialista psichiatra che somministra terapia farmacologica, quando invece è chiaramente di natura esclusivamente psicologica, interviene lo psicoterapeuta.

Tradizionalmente c’è, non un conflitto ma quasi un’opposizione tra l’uso di terapie come i medicinali, i farmaci psicotropi e le psicoterapie” conferma il Prof. Massimo Biondi, neuropsichiatra, Direttore del DAI Neuroscienze e Salute mentale del Policlinico Umberto I – Sapienza di Roma.

Psicoterapia e farmacoterapia: alternative una all’altra o alleate?

Alla luce delle nuove scoperte sulla biologia della mente, che sono parte integrante della nuova disciplina delle neuroscienze, la neuropsicoanalisi, la soluzione migliore nel trattamento delle patologie psichiche-psichiatriche è l’integrazione fra la terapia farmacologica e quella psicoterapeutica.

Superare l’opposizione tra mente e cervello

“Un po’ come se la causa di un malessere, di un disturbo psicologico o psichico o psichiatrico fosse la serotonina, quindi alla causa biologica segue la cura biologica e quindi si prendono medicinali. Se, invece la causa è psicologica, derivata da conflitti evidenti la cura è la psicoterapia, quindi, c’è un’opposizione.

Ma è necessario andare al di là di questa opposizione, fra mente e cervello, psicoterapia e farmacoterapia e acquisire una visione più larga, in quanto è ormai chiaro che entrambi gli interventi hanno una matrice comune su cui lavorano”.

Cosa sarebbe meglio fare?

“Di fatto, qualcuno ha bisogno solo di una psicoterapia, qualcun altro ha bisogno di medicine perché la sua sofferenza è molto marcata o ha difficoltà a fare una psicoterapia, in tanti casi le due terapie sono usate insieme. Nella realtà pratica, infatti, quello che capita spesso è che le persone fanno una psicoterapia e prendono delle medicine”.

"È necessario ripartire dal questo principio-organizzatore comune e capire che il cervello si costruisce anche con le esperienze affettive, con le esperienze sociali a livello proprio anatomico, ci sono tanti studi che lo dicono e si entra in un mondo dove questi due tipi di interventi non confliggono, possono essere usati a vantaggio l’uno e dell’altro.

Il farmaco può essere utilizzato per apprendere situazioni nuove e usato in questo modo ha un significato differente, viene usato in modo attivo e non passivo e in questi casi si hanno grossi vantaggi anche per il miglioramento e il mantenimento dei benefici a lungo termine, come hanno dimostrato alcuni nostri studi realizzati con diversi collaboratori presso l’università Sapienza e pubblicati”.

Il pieno di serotonina con la terapia delle parole e i medicinali

Prof. Biondi, ma il farmaco care-giver di cui lei parla coadiuva la psicoterapia?

"L’idea è che noi possiamo lavorare sui circuiti serotonergici e quindi sulla serotonina, sia attraverso medicinali come gli antidepressivi che la potenziano e ne facilitano il recupero, sia attraverso la cura con le parole. Come agisce anche la natura delle situazioni, cioè ciò che noi diciamo può influenzare la chimica della mente, così come le medicine.

Fare certi interventi psicoterapici in alcuni modi precisi, io li chiamo ad esempio capacità di sviluppare pensieri ansiolitici permette, attraverso certe attività mentali, di influenzare la chimica della mente. Lo stesso vale per alcuni pensieri che io chiamo antidepressivi che servono all’autoregolazione emozionale, tranne nei casi in cui una persona perde un po’ questa capacità a seguito di eventi avversi o di certi stili mentali, e questo però facilita l’entrata in una condizione di patologia".

Quando è necessario il farmaco?

"Può servire il farmaco se non si riesce, attraverso una psicoterapia che permette al paziente di riconoscere che fa troppi pensieri ansiogeni, troppi pensieri depressogeni, non contrastati dagli altri positivi.

Questo è un tipo di ricerca che nasce dall’osservazione di come fanno le persone ad uscire fuori, anche da sole, da crisi o eventi avversi, lutti, fallimenti e uno impara tanto osservando proprio le reazioni, gli schemi di stili di pensiero naturali che aiutano a superare le difficoltà".

I comportamenti sono legati a funzioni cerebrali

"Ogni comportamento rappresenta il risultato di una funzione cerebrale. Mente, corpo e cervello quindi non vengono più considerati come entità separate, ma come unità, unità di mente-corpo-cervello".

Come per le malattie del corpo, è importante fare prevenzione anche per la salute mentale!

Già il solo parlarne è un primo passo importante che ognuno di noi dovrebbe fare e poi anche fare una visita dallo specialista, come si fa per la prevenzione di tante malattie.

L’importante è superare l’ostilità e l’imbarazzo che l’argomento comporta, visto che tradizionalmente chi si rivolge allo psichiatra è considerato già malato mentale, ‘un matto/a’ prima ancora della diagnosi e, peggio ancora, lo rimane anche dopo la guarigione!