Scrivere e usare la forchetta: possibile anche con la SLA

Autonomia significa migliore qualità di vita. Messa a punto la stimolazione magnetica neuromuscolare sui malati di SLA che rallenta il declino dei muscoli e ne migliora la funzionalità

di Redazione

In questo studio, in cui è stato adoperato un approccio traslazionale con metodi differenti, sono stati impiegati per la prima volta campi magnetici molto intensi per la stimolazione neuromuscolare, con l’obiettivo di migliorare la funzionalità dei muscoli in pazienti affetti da Sclerosi Laterale Amiotrofica e rallentarne il declino. 
La ricerca, pubblicata su Scientific Reports con il titolo “Neuromuscular magnetic stimulation counteracts muscle decline in ALS patients: results of a randomized, double-blind, controlled study” (Nature Publishing Group), è il risultato della collaborazione di un team interdisciplinare della Sapienza, composto da quattro Dipartimenti afferenti agli ambiti della biologia molecolare di base, della anatomia patologica, della fisiologia, della clinica.

“Il vantaggio di questa metodologia – spiega prof. Maurizio Inghilleri, responsabile del Centro Malattie Rari Neuromuscolari dell’AOU Policlinico Umberto I – è la possibilità offerta dal campo magnetico di raggiungere muscoli profondi senza far avvertire al paziente la classica 'scossa' dello stimolo elettrico”.

Sclerosi Laterale Amiotrofica, gli studi sui motoneuroni

La Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA) è una malattia neurodegenerativa fortemente invalidante, con prognosi infausta, che colpisce le cellule nervose preposte al controllo dei muscoli, compromettendo i movimenti della muscolatura volontaria.

Il target principale degli studi pregressi sono stati i motoneuroni, la cui degenerazione porta all’atrofia muscolare.

“I nostri studi – prosegue, a tal proposito, prof. Inghilleri - sono prevalentemente concentrati su studi di tipo traslazionale, vale a dire cercare di fare immediatamente un passaggio tra l'attività clinica-medica sui pazienti e il mondo della medicina sperimentale di base e della ricerca di base”.

Applicazione di un campo magnetico doppio a quello terrestre

Si tratta di un lavoro, ed una collaborazione, di tanti anni che parte dalla possibilità che il muscolo possa essere un target terapueutico, in quanto partecipa alla progressione della malattia – dichiara prof. Inghilleri - Qualche anno fa, per caso, facendo la stimolazione magnetica dei muscoli, abbiamo notato che il paziente avesse un miglioramento della forza”.

Questo studio è iniziato nel 2016 con la sperimentazione della nuova tecnica su un campione di 22 pazienti: su un braccio di ciascuno di loro sono stati usati campi magnetici d’intensità pari a due volte quella del campo magnetico terrestre con impulsi della durata di pochi milionesimi di secondo, mentre sull’altro è stato prodotto una stimolazione placebo. Chi analizzava i dati dei pazienti era all’oscuro di quale braccio fosse sottoposto a stimolazione reale (esperimenti double-blind). Clinicamente è stato osservato un aumento della forza muscolare dal lato realmente stimolato.

“La differenza della stimolazione magnetica neuromuscolare rispetto alla stimolazione elettrica - spiega prof. Inghilleri - è che il campo magnetico produce delle correnti ionizzanti e sembrerebbe che, differentemente dalla stimolazione elettrica, sia in grado di produrre delle alterazioni, delle modifiche strutturali nel muscolo capaci di produrre un aumento della forza”.

Il ruolo della cellula uovo di rana

In seguito è stata effettuata una agobiopsia non invasiva del tessuto muscolare. “Abbiamo ricostruito il recettore per l’acetilcolina muscolare in una cellula uovo di una rana. La scelta ricade su questo recettore perché dà una idea del possibile recupero di trasmissioni sinaptiche, quindi della forza del muscolo” spiega prof.ssa Eleonora Palma, Dipartimento di Fisiologia e farmacologia, Sapienza Università di Roma.

Il materiale estratto è stato esaminato da tre punti di vista:

1. Eleonora Palma, del Dipartimento di Fisiologia e farmacologia

  • analisi: ha studiato a livello fisiologico la risposta all’acetilcolina del recettore nicotinico
  • cosa ha verificato: risposta più efficiente in seguito alla stimolazione magnetica, con un progressivo miglioramento della funzionalità;

2. Carla Giordano, del Dipartimento di Scienze radiologiche, oncologiche e anatomo-patologiche

  • analisi: ha approfondito il lato anatomo-patologico,
  • cosa ha riscontrato: differenze di forma e dimensione nelle fibre muscolari stimolate rispetto a quelle non stimolate;

3. Antonio Musarò, del Dipartimento di Scienze anatomiche istologiche medico legali e dell'apparato locomotore

  • analisi: ha analizzato il muscolo a livello molecolare,
  • cosa ha individuato: una serie di geni che favoriscono il recupero dell’atrofia muscolare.

Uno studio, dunque, partito da un’osservazione clinica e successivamente sviscerato con tecniche diversissime una dall’altra, arrivando ad una unica conclusione.

Risultati e prospettive future

I nostri pazienti avevano perso l'uso della mano – sottolinea prof. Inghilleri – e per la durata del trattamento (circa 30 giorni), sono riusciti temporaneamente a recuperare la forza nell'utilizzo della forchetta, dello scrivere, grazie all’effetto della stimolazione. È un dato estremamente importante in patologia”.

“Al dato clinico si è affiancata la ricerca di base che ha confermato l’efficacia di questa stimolazione – spiega prof.ssa Palma - È come se la stimolazione magnetica avesse innescato anche a livello molecolare un recupero della forza”.

“Tutti i dipartimenti coinvolti – specifica la prof.ssa Palma - hanno, infatti, osservato:

  • un recupero della forza,
  • un recupero delle fibre di tipo veloce,
  • un recupero di alcuni geni che sono coinvolti nell’aumento della forza muscolare”.

Questo recupero è possibile in tutti i pazienti?

Il nostro corpo è costituito in maniera tale che se non si utilizzano le strutture muscolari, queste ultime vanno in atrofia e si va incontro ad una sostituzione fibrosa” precisa prof. Inghilleri. Dunque tali risultati possono essere ottenuti solo “in soggetti con possibilità muscolari presenti”, vale a dire “nelle fasi iniziali e medie delle patologie neuromuscolari”.

Quali sono le prospettive per il futuro?

I risultati di questa ricerca sono di enorme rilevanza scientifica, perché “aprono nuove prospettive per contrastare l’atrofia muscolare e potranno esser applicati a tutte le patologie in cui è necessaria una riabilitazione muscolare in grado di agire sui muscoli profondi” conclude prof. Inghilleri.