Bambini e disuguaglianze, una battaglia da vincere

Cresce il fenomeno delle disuguaglianze che colpiscono già dall'infanzia: è una questione da affrontare con politiche di intervento precoce perché bambini sani oggi significa un mondo in salute domani

di Alessandra Binazzi

I cambiamenti economici e sociali che si sono succeduti in Italia per effetto delle grandi crisi che hanno investito l’Europa, dopo l’inizio del terzo Millennio, hanno accresciuto il fenomeno delle disuguaglianze di condizioni di vita e opportunità di sviluppo. Nulla di più ingiusto, soprattutto se a soffrirne sono le persone più fragili e indifese.

L’Istat, in collaborazione con l’Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e il contrasto delle malattie della povertà (INMP), ha pubblicato poche settimane fa i dati relativi alle disuguaglianze geografiche e socio-economiche, mettendo in evidenza importanti differenze tra Nord, Centro e Sud nella mortalità e nella speranza di vita, indipendenti da età e livello socioeconomico, con un impatto più significativo nelle regioni più povere del Meridione. Un livello di istruzione inferiore spiega una quota rilevante dei rischi di mortalità, sia pure con effetti differenti per zona geografica e causa di morte. E se si parla di bambini, la percentuale di morte al Sud diventa più alta del 36% rispetto al Nord.

La situazione in Italia e le ripercussioni sul futuro

Sono i più piccoli e fragili le prime vittime di queste disuguaglianze che “possono comprometterne la crescita e determinare conseguenze a lungo termine”, come ha sottolineato il prof. Mario De Curtis promotore dell’incontro sul tema “Bambini e disuguaglianze”, che si è tenuto presso il Policlinico Umberto I di Roma. “Inique differenze nel diritto alla salute riguardano tutte le età – ha precisato De Curtis – ma una particolare attenzione va posta alla prima fase della vita”. Il benessere dei genitori, in particolare della madre – l’alimentazione, gli stress cui è sottoposta a causa delle difficoltà economiche - incidono sulla salute prenatale e sulla mortalità infantile. Gli effetti della disuguaglianza, poi, continuano lungo tutto il processo di crescita se non vi sono adeguate politiche a contrasto o, quanto meno, a compensazione delle conseguenze di questi svantaggi. Essere poveri da bambini e ragazzi, specie quando a questo si somma una bassa istruzione dei genitori, incide negativamente sulla salute e sullo sviluppo cognitivo. Ad esempio, una ricerca effettuata dall'Istituto Superiore di Sanità sugli alunni della scuola primaria ha rilevato che è obeso il 14,5% dei bambini i cui genitori hanno frequentato la sola scuola dell'obbligo, a fronte del 9,5% di quelli con genitori diplomati e al 5,5% di quelli con genitori laureati. Da questa analisi deriva il dato che indica bambini sovrappeso e obesi più frequenti nelle regioni meridionali che in quelle centrali e settentrionali. Secondo l'Indagine Istat sulla salute, i bambini e ragazzi che vivono in famiglie con scarse risorse economiche non effettuano neppure una visita pediatrica, oculistica o dentistica nel corso di un anno in percentuale molto maggiore dei loro coetanei che appartengono a famiglie con più risorse (e un terzo di tutti i bambini nel Mezzogiorno non va mai dal dentista). Rischiano perciò che ci si accorga tardi di eventuali disturbi che sarebbero facilmente correggibili se affrontati per tempo. I bambini e ragazzi (e ancor più le bambine e ragazze) che vivono nelle famiglie più disagiate e abitano nel Mezzogiorno fanno anche meno attività sportive.

Come agire

Secondo i pediatri, occorre innanzitutto mettere al centro la questione infanzia: “Il nostro ruolo è curare i bambini – fa notare Giovanni Corsello, past president della Società Italiana di pediatria e professore ordinario di Pediatria all’università di Palermo – ma anche promuovere il loro benessere fisico e psicologico in una società che è cambiata. Avere bambini sani oggi significa avere un mondo in salute domani”.

Gli fa eco Alberto Villani, attuale presidente della società italiana di Pediatria, che nel sottolineare come oggi “la geografia disegnata dalle opportunità offerte dalle politiche pubbliche mostri che queste troppo spesso si sovrappongono alle disuguaglianze invece che ridurle, trasformando così le disuguaglianze di partenza in disuguaglianze di destino”, concorda, appunto, sulla “necessità sempre più forte di combattere le disuguaglianze”. Anche il pediatra ha il suo ruolo in questo: “Il pediatra è contro tutte le disuguaglianze ed è assai sensibile e attento ad ogni bambino, senza nessuna distinzione, perché ognuno di loro è un magnifico valore aggiunto”, ha detto Villani.

Un'unica nazione con dati, limitazioni e aspettative differenti. È allarme

Al Nord trovare un pediatra è una caccia al tesoro”. È la testimonianza di Luciano Fontana, ‘emigrato’ a Milano a motivo del suo incarico di direttore del Corriere della Sera.

Attualmente viviamo una situazione molto particolare: rispetto alle questioni mediche, basta ricordare le manifestazioni dei no-vax, quando qualcuno pensava che si potesse migliorare la propria vita annullando le vaccinazioni”, osserva Fontana. “Insomma, è un mondo strano che ha cominciato a infrangersi contro le prove della realtà. Prove che sul SSN fanno capire che probabilmente affronteremo mesi molto difficili”.

“Il tema delle diseguaglianze nell’assistenza sanitaria è serio e porta ad una riflessione sulla necessità di un forte recupero di serietà, di senso di responsabilità. Questo è un Paese che deve mettersi alle spalle l’idea che tutto quello che sta accadendo sia solo da addossare al ‘colpevole perfetto’, un soggetto che cambia di volta in volta. C’è il rischio di far crollare il SSN, per cui cominciamo a selezionare: non ci sono i soldi per fare tutto, ma devono esserci quelli per fare le cose necessarie al Paese. Quindi occorre un grande senso di responsabilità per mantenere un SSN in equilibrio e distribuito in maniera omogenea su tutto il territorio nazionale. Capisco la preoccupazione che serpeggia, con il rischio attuale di non avere più un unico sistema nazionale ma tanti sistemi sanitari regionali in cui le regioni più ricche e avanzate si distacchino ancora di più”.

Questo è un tema molto rilevante – conclude Fontana, che ha moderato la prima sessioni dei lavori della giornata sul tema “Bambini e disuguaglianze” - e credo che il Paese ha un futuro se riesce a progettare un sistema nazionale di cure e prevenzione delle nuove malattie per tutti i suoi cittadini, e in particolare per i cittadini più deboli e indifesi come i bambini”.

Una partita da giocare o una battaglia da vincere?

Walter Ricciardi, ex presidente dell’Istituto superiore di Sanità, professore ordinario di Igiene Università cattolica del Sacro Cuore e fresco di nomina alla presidenza del Comitato scientifico della Fondazione Italia in Salute, osserva che “di fatto la recessione e i tagli progressivi alla spesa sanitaria non mettono a disposizione del Sistema abbastanza risorse. Il nostro Servizio sanitario nazionale è oggi più a rischio che mai, anche se molti sembrano far finta di niente. Se non si interviene presto e bene questa può diventare una tremenda sconfitta civile e sociale”.

“Nel frattempo la battaglia è riservata a chi i sistemi sanitari deve farli funzionare, a partite dal pagamento dei medici e del personale sanitario che non vede il rinnovo del contratto da quasi 10 anni – continua Ricciardi - Sarà una battaglia anche per i medici che non hanno abbastanza risorse per curare i cittadini. Per i cittadini, invece, la battaglia è già in corso: siamo il secondo Paese dopo gli Stati Uniti ad avere una spesa sanitaria privata ‘autopocket’, ovvero pagata con i soldi delle proprie tasche, se non addirittura la rinuncia alle cure: penso soprattutto all’odontoiatria”.

Dunque, è proprio buio il nostro destino di assistiti? Non è possibile salvare, anzi consolidare e migliorare un sistema sanitario che non chiede carta di credito o certificato assicurativo a nessuno e fornisce milioni di prestazioni l’anno?

“Dipende dalla partita che tutti i protagonisti – i cittadini, i professionisti, i manager e i decisori politici – decideranno di giocare e, soprattutto, se decideranno di giocarla insieme con senso di responsabilità o gli uni contro gli altri”, conclude Riccardi.