Le emozioni mentono?

In aiuto la neuropsicoanalisi, disciplina fra le neuroscienze e la psicoanalisi, che pone al centro gli stati emozionali offrendo gli strumenti per una visione integrata della mente umana.

di Roberta Manfredini

La neuropsicoanalisi è una branca della psicoanalisi nata intorno all’anno 2000 che, grazie ai progressi delle neuroscienze, vuole rifondare sulle attuali basi neuroscientifiche dimostrabili e validabili, gli assunti del funzionamento mentale che da Freud erano state indicate con la teoria psicoanalitica.

Il fondatore di questa nuova disciplina è il neuropsicologo e psicoanalista della University of Cape Town, Mark Solmos (Namibia, giugno 1961) conosciuto per i suoi studi sui meccanismi del proencefalo dei sogni e l’utilizzo dei metodi psicoanalitici nelle neuroscienze attuali.

Solmos, fonda l’International Neuropsychoanalysis Society e nel 1999 la rivista trimestrale ‘Neuropsycoanalisys’ insieme a Jaak Panksepp, neuroscienziato e psicobiologo nato in Polonia e trasferitosi negli Stati Uniti dopo la II guerra mondiale.

Jaak Panksepp, conosciuto in tutto il mondo per gli studi sulle emozioni, negli ultimi quindici anni della sua carriera è entrato nel movimento della Neuropsicoanalisi di Solms e ne è diventato uno dei principali esponenti.

In merito alla personalità, Panksepp ha coniato infatti il termine ‘Affective Neuroscience’ ovvero ‘neuroscienze dell’affettività’, ponendo l’attenzione sullo studio dei meccanismi neurali delle emozioni, prima negli animali e poi nell’uomo.

Affective Neuroscience e psicoterapia

L’Affective Neuroscience suscita molto interesse fra gli studiosi del settore perché potrebbe essere uno strumento prezioso per capire i possibili collegamenti fra le funzioni psicologiche e la dimensione neurologica del cervello e, quindi ottenere una visione integrata della mente umana, il BrainMind.

Nel corso di un evento formativo tenutosi ad inizio 2019 presso la Neuropsichiatria Infantile (NPI) del Policlinico Umberto I di Roma (via del Sabelli 108) dal titolo "Neuropsicoanalisi. Evoluzionismo, Affective Neuroscience e Psicoterapia", psicologi, psichiatri e neurologi si sono confrontati sulle possibili implicazioni nella pratica clinica, ponendo attenzione anche alla formazione dei giovani medici.

Tra i temi, le pulsioni psicoanalitiche nell’ambito dei sistemi motivazionali/emozionali, in un ambito condiviso con la biologia e una visione integrata ‘BrainMind’ del soggetto e delle sue problematiche, della psicofarmacologia e psicoterapia.

Nella pratica clinica quali sono i vantaggi della neuropsicoanalisi?

La neuropsicoanalisi permette di poter circoscrivere il funzionamento mentale in modo più empirico, cioè avendo queste emozioni così circoscritte e così individuate e che si manifestano in modo preciso, attraverso comportamenti, attraverso il funzionamento neurofisiologico, noi possiamo avere una bussola per decodificare l’emozionalità del paziente, cioè come esprime uno stato d’animo, uno stato mentale” ha evidenziato il Prof. Teodosio Giacolini, Dirigente psicologo, psicoterapeuta della NPI dell’Umberto I (membro IPA e SPI) che ha promosso, con il prof. Massimo Biondi, il convegno sulla neuropsicoanalisi.

Il legame fra la psicoterapia e le neuroscienze aiutano lo psicoterapeuta ad affrontare la riabilitazione della nostra mente.

Quale scelta migliore fra le varie terapie in uso?

Tradizionalmente c’è non un conflitto ma quasi un’opposizione tra l’uso di terapie come i medicinali, i farmaci psicotropi e le psicoterapie” conferma il Prof. Massimo Biondi, neuropsichiatra, Direttore del DAI Neuroscienze e Salute mentale dell’Umberto I – Sapienza di Roma.

“Per superare questo, bisogna andare al di là di questa opposizione, fra mente e cervello, psicoterapia e farmacoterapia e acquisire una visione più larga, dove di fatto entrambi gli interventi si vede che hanno una matrice comune su cui lavorano. È necessario ripartire da questo principio-organizzatore comune e capire che il cervello si costruisce anche con le esperienze affettive, con le esperienze sociali a livello proprio anatomico, ci sono tanti studi che lo dicono e si entra in un mondo dove questi due tipi di interventi non confliggono, possono essere usati a vantaggio l’uno dell’altro” ha concluso il Prof. Biondi.

Le neuroscienze affettive e nuovo approccio alla psicoanalisi di Freud

Stiamo realizzando il sogno di Sigmund Freud che era quello di dare una base anatomica e neurofisiologica alla sua metapsicologia che, in effetti, era un po’ senza basi biologiche. Adesso, grazie ai progressi delle neuroscienze, noi abbiamo potuto integrare, in particolare grazie all’Affective Neuroscience, tutte queste acquisizioni neuroscientifiche alla psicoanalisi; non tutte, ma alcune hanno confermato quanto in qualche modo già intuito e descritto da Freud, altre hanno modificato i postulati freudiani” ha sottolineato la Dott.ssa Cristina Pirrongelli, Medico psichiatra, membro della Società Psicoanalitica Italiana (SPI) e dell’International Psychoanalytic Association (IPA) e che è autrice, con il Prof. Giacolini, del libro “Neuropsicoanalisi dell’Inconscio”, pubblicato nel 2018 (edito Alpes).

“In ogni caso – prosegue la Dott.ssa Pirrongelli - le neuroscienze affettive hanno dato un grande contributo alla possibilità di lavorare diversamente in psicoanalisi, non più appunto su queste basi un po’ astratte ma con una base legata invece alla conoscenza dei sistemi emozionali-motivazionali di base, che ci permette di capire meglio con un’ottica duplice: psicoanalitica e neuro-psicoanalitica. Ritengo che sia un’integrazione fondamentale che speriamo possa dare alla psicoanalisi una maggiore scientificità, cosa di cui ha avuto sempre bisogno. La psicoanalisi è stata sempre accusata un po’di aristocrazia, di mancata validazione scientifica quando, al contrario, è forse la disciplina, come lo stesso Eric Kandel sostiene, più raffinata, più profonda che ha fatto il maggior lavoro di comprensione su come funziona l’animo umano, il brain e il mind dell’uomo nel suo insieme”.

L’evento è stato arricchito dal contributo di neurologi, psichiatri, psicologi di chiara fama, “proprio perché questo tipo di neuropsicoanalisi può permettere una trasmissione del sapere psicoterapeutico in modo più circoscrivibile, diretto: se si impara a decodificare i comportamenti e i segni di una persona in relazione a quel determinato Sistema emozionale, lo specialista ha la possibilità di valutarne e gestirne il funzionamento in modo più appropriato” ha precisato il Prof. Giacolini.

La proposta rivolta ai tanti studiosi presenti è stata quella di considerare la neuropsicoanalisi e di come permettere una psicotarapia all’interno dell’Istituzione più adatta, più tangibile, verificabile.