Nuove sfide nella gestione del Diabete di tipo 1

Si presenta spesso in giovane età e deve essere 'traghettato' in età matura. Con i nuovi mezzi terapeutici e diagnostici, oggi a disposizione ci sono valide prospettive per una buona qualità di vita

di Alessandra Binazzi


Nuove sfide per la gestione e cura del diabete di tipo 1”. Nel titolo del corso con obiettivo formativo, promosso dal dipartimento di Medicina sperimentale ‘Sapienza’ Università di Roma, c’è la sintesi completa dei due giorni intensi utilizzati per analizzare l’eterogeneità clinica del diabete autoimmune – che rappresenta il 15% delle diagnosi di diabete mellito – nelle sue espressioni di diabete di tipo 1 e LADA (diabete autoimmune latente dell’adulto). Una necessità sentita dagli addetti alla cura di una malattia che nel suo complesso è, e sembra destinata a rimanere secondo le stime OMS se non si adottano stili di vita adeguati, pericolosa e invalidante. Come ha sottolineato il prof. Ferdinando Romano, direttore sanitario dell’azienda ospedaliero-universitaria Policlinico Umberto I, sede del corso, “siamo schiacciati in termini di diabete, soprattutto il tipo 2 che fa la parte del gigante. È diventato un fenomeno che ha una rilevanza etico-sociale molto grande”.

Focalizzare l’attenzione su questa tematica così importante che ha subìto profondi mutamenti nel corso degli anni dal punto di vista della conoscenza eziopatogenetica, dal punto di vista terapeutico e di gestione del paziente”, è molto importante per il professor Eugenio Gaudio. “In particolare, quando ci si riferisce al diabete di tipo 1, stiamo parlando di una malattia autoimmune che si presenta spesso in giovane età e deve essere traghettata in età matura”, ha proseguito il rettore dell’Università ‘Sapienza’ in apertura dei lavori.

Appropriatezza per contrastare l’aumento dell’incidenza del diabete

“Considerati l’incremento dell’incidenza del diabete ed il fatto che i medici oggi si trovino a dover fronteggiare questa patologia con nuovi mezzi terapeutici e nuovi mezzi diagnostici, anche dal punto di vista dell’università c’è necessità di un impegno maggiore. Corsi come questo sono particolarmente importanti in un’epoca di formazione continua perché aiutano a mettere in discussione ciò che abbiamo imparato, soprattutto nei campi della medicina in cui è cambiato completamente l’approccio”.

Il termine ‘appropriatezza’ è il cardine della prolusione del prof. Gaudio: “Solo se saremo più competenti saremo più appropriati; se saremo più appropriati, un Sistema sanitario nazionale sofisticato e impegnativo come il nostro, ma di alto valore politico sociale, potrà mantenersi in equilibrio e garantire a tutti un livello di cura adeguato. Oggi abbiamo farmaci più costosi ma più efficaci per curare malati di diabete che dovranno essere seguiti per decenni. Pertanto, solo se saremo più competenti e attenti potremo dare a questi pazienti un servizio proporzionato”.

Terzo millennio: come conciliare malati cronici e tagli alla spesa pubblica?

Siamo alle porte del 2020, con un’organizzazione sanitaria “di terzo millennio”, come sottolinea il Direttore Generale del Policlinico Umberto I, Vincenzo Panella, che si trova a fare i conti con una velocità, nel campo della tecnologia e delle terapie, davanti alla quale “le gambe di chi corre dovrebbero avere la stessa velocità”. Ma nella realtà non è così. Perché quando si parla delle forme più complesse e insidiose di diabete già si sa che le cure sono lunghe e costose, soprattutto oggi che le tecnologie più recenti hanno prodotto glucometri sempre più accurati, sensori e microinfusori che possono supplire in maniera costante alla carenza di insulina prodotta dal pancreas. Oggi però, ci troviamo a fare i conti con il nostro SSN che deve trovare le soluzioni per fare fronte all’aumento della spesa sanitaria. “Che ci debba essere una crescita è un dato ormai scontato – dice Panella -  i governi e i programmatori a tutti i livelli non si pongono più il problema di contenerla ma di trovare le soluzioni per far fronte alla tendenza che aumenta inevitabilmente un po’ per motivi demografici, un po’ i fattori tecnologici che influenzano i dati demografici”. Ovvero sempre più pazienti cronici che vivono per un tempo sempre più lungo.

“Questo genera di per sé una richiesta di risorse molto più consistente. In più si aggiungono le innovazioni della tecnologia e della farmacologia: le novità costano”, spiega il DG dell’Umberto I.

Conciliare due tendenze divergenti

Il tema delle risorse è dunque fondamentale e un amministratore della più grande azienda ospedaliero-universitaria d’Italia non può trascurare quello che è uno dei problemi della nostra sanità: diminuisce la disponibilità del fondo sanitario, che per il 2019 non è cresciuto, mentre aumentano gli anziani. “Il problema è come tenere insieme due tendenze divergenti”, osserva ancora Panella: “abbiamo da poco festeggiato i 40 anni del nostro SSN e fino a qualche anno fa abbiamo potuto vantarci di essere in cima alle classifiche per la qualità di cure e prestazioni, anche per l’aspettativa di vita… ma se si va a vedere ora l’aspettativa di vita, dopo i 70 anni dobbiamo cominciare a preoccuparci. Perché è proprio in quella fascia che si condensa la maggior parte del fenomeno demografico e tecnologico cui si accennava, mentre la previsione per la spesa sanitaria pubblica dei prossimi 5/6 anni è negativa. Questo significa che, di conseguenza, dobbiamo adottare non solo una medicina più avanzata, ma anche un’organizzazione medica diversa”.

A questo punto anche per Panella il tema dell’appropriatezza diventa il cardine, non certo razionamento delle cure ma “maggiore qualità clinica per il paziente, come elemento di qualificazione delle prestazioni che facciamo: servono iniziative come questo corso, organizzato dal prof. Lenzi e dalla professoressa Buzzetti, per poter stabilire quale quota di servizio tenere in sicurezza e quale invece è inappropriata o superata dalle innovazioni. Possiamo così trovare il margine dentro il quale mostrare tutta la nostra capacità di recuperare le risorse che ci servono per gestire e garantire l’innovazione. Tenendo presente che il nostro SSN è uno dei pochi servizi del welfare che l’Italia è in grado di dare, ancora uno dei primi tre servizi che l’Italia è in grado di dare secondo le valutazioni Oms”.

Endocrinologia: meno terapie e grandi investimenti

Il ruolo dell’endocrinologia si presta molto in questo caso: “è una delle scienze di punta in cui l’innovazione tecnologica nell’ambito dei farmaci, della diagnostica e dei presidi terapeutici è fondamentale  - spiega il prof. Andrea Lenzi, Responsabile UOC Endocrinologia, Malattie del Metabolismo, Andrologia del Policlinico Umberto I -  La scienza degli ormoni ci consente non solo di allungare la vita ma di avere una migliore qualità di vita. Basti pensare, sempre nell’ambito dei diabete, che oggi abbiamo la possibilità di un monitoraggio in continuo della glicemia, attraverso l’uso di particolari sensori che misurano i livelli di glucosio nel sangue 24 ore su 24. Si ottengono così informazioni sulla velocità di variazione della glicemia, in modo da aiutare l’organismo a mantenere i livelli nella norma”.

Se l’ottimismo è il sale della vita, in questo caso diventa la speranza di guarigione per molti diabetici: “Andiamo verso un futuro in cui il diabete avrà una rivoluzione completa verso la risoluzione”, aggiunge Lenzi. Anche lui si sofferma sui costi per il SSN, perché "se tutto questo – dispositivi di ultima generazione e farmaci – ha dei costi alti, sull’altro piatto della bilancia pesa il miglioramento nella qualità di vita del paziente, il grande risparmio soprattutto sul paziente tra i 65 e i 70 anni, con  il grande vantaggio di minori danni ed effetti collaterali sul sistema cardiovascolare e sul sistema neurologico ed una minore possibilità, quindi, che il paziente diventi non autosufficiente. Meno terapie e grandi investimenti: ecco che la endocrinologia diventa anche una scienza che cerca di andare incontro all’esigenza fondamentale del SSN di avere una economia sanitaria che consenta dei risparmi”.