Spalla: protesi inversa e lateralizzazione

Fallimenti e controversie su stabilizzazione gleno-omerale e protesi inversa all'attenzione degli esperti per condividere trattamenti e ricerche utili a migliorare la qualità di vita dei pazienti

di Roberta Manfredini

giocatore di tennis con trauma alla spalla

Nei movimenti della spalla tra le strutture coinvolte, oltre alle ossa, ai muscoli ed alle articolazioni, giocano un ruolo importante sei legamenti: tre legamenti gleno-omerali, due legamenti coraco-omerali, il legamento coraco-acromiale. Trattandosi di un’articolazione molto complessa, i malfunzionamenti o addirittura le lesioni alla spalla sono piuttosto frequenti.

In generale, i fattori che determinano il mal funzionamento della spalla possono essere molteplici, tra cui

  • anomalie morfologiche congenite o acquisite
  • patologie di natura flogistica (es. artriti, tendiniti)
  • patologie degenerative (es. artrosi).

Le situazioni nelle quali può rendersi necessario un intervento di protesi di spalla sono varie. Tra le più comuni vi sono l’artrosi, le malattie reumatiche, gli esiti di fratture mal consolidate con deformazione dell’articolazione.

L’instabilità della spalla porta alla lussazione della spalla e può richiedere il trattamento protesico della spalla; dopo la protesica dell’anca e del ginocchio, la spalla è sicuramente la protesi più impiantata” ha sottolineato il Prof. Ciro Villani, Direttore del Dipartimento di Ortopedia del Policlinico Umberto I di Roma.

Esistono due tipologie di protesi di spalla:  la protesi totale (anche detta artroprotesi) e la protesi parziale che prevede la sostituzione di una sola parte.
Tra le protesi totali, merita un approfondimento la protesi inversa.

Protesi inversa

Ma cos’è la protesi inversa?

In natura l’omero è convesso e la cavità che lo deve accogliere è concava. La protesi inversa, come dice il nome, è una protesi che ha invertito la concavità e la convessità naturale; quindi, la parte omerale diventa concava e la parte glenoidea, scapolare, diventa convessa. Questo consente di potenziare l’azione dell’unico muscolo che di solito rimane valido nei pazienti ultrasettantenni, ultraottantenni, con una marcata rottura della cuffia dei rotatori. Allora, non essendoci più i motori della spalla, noi potenziamo l’azione del deltoide, impiantando questa protesi particolare che è appunto la ‘protesi inversa’. I risultati sono strabilianti!” ha spiegato il Prof. Stefano Gumina, chirurgo ortopedico per tanti anni presso il Centro di Riferimento per la Chirurgia di Spalla dell’Umberto I, attualmente Direttore della UOC di Ortopedia e Traumatologia del Polo Pontino della Sapienza, Università di Roma e Presidente della ‘Società Italiana di Chirurgia di Spalla e Gomito’ (SICSG).

Alcune controversie sulla protesi inversa

Anche se a livello internazionale si parla molto della protesi inversa, utilizzata in numerose patologie e che ha migliorato notevolmente il risultato clinico, gli esperti – riuniti durante il VI edizione del Corso ‘Chirurgia di Spalla. Gli esperti si interrogano’ - hanno voluto confrontarsi sulle controversie, cioè su alcuni aspetti che, a loro dire, “ancora oggi non sono chiari e che necessitano di un’ulteriore puntualizzazione”.

Lateralizzazione e medializzazione

“Attualmente c’è un grosso dibattito, ma qui entriamo nel tecnico, sulla lateralizzazione, cioè lateralizzando il centro di rotazione o medializzando il centro di rotazione della protesi, si possono ottenere risultati diversi. Ci sono delle indicazioni pro-medializzazione e delle indicazioni pro-lateralizzazione”.

Ma i risultati per il paziente sono gli stessi, cioè la funzionalità del braccio ci sarà comunque?

“Si. Lateralizzazione e medializzazione fanno riferimento a caratteristiche estremamente individuali; quindi ci sono dei pazienti che necessitano di una lateralizzazione e pazienti nei quali si può impiantare una protesi inversa normale”.

Lussazione gleno-omerale: stabilizzazione o intervento?

“In molti pazienti occorrono delle lussazioni gleno-omerali, ossia la spalla ‘esce’, come si suol dire. Ne è maggiormente colpita la popolazione giovanile. Quando la spalla esce crea dei danni e, quindi, è necessario intervenire. Esistono diversi interventi chirurgici, ognuno con una filosofia differente a seconda del danno anatomopatologico che ha il paziente”.

Fisioterapia post-intervento

In questo caso la fisioterapia nel post-intervento che ruolo ricopre?

“La riabilitazione è fondamentale, di solito si dice che per ottenere un buon risultato occorrono tre elementi:

  1. che il chirurgo impianti una buona protesi, cioè da un punto di vista tecnico non devono esserci errori;
  2. che la terapia post-intervento venga affidata ad un buon riabilitatore; 
  3. che il paziente si impegni per perseguire un certo risultato: lui stesso dovrà eseguire una riabilitazione autogestita con il fine di ottenere il massimo del risultato. Soltanto se questi tre elementi coesistono, il paziente ottiene dei buoni risultati”.