Grandi possibilità con la microchirurgia

Con la precisione di un orefice e l'esperienza dello specialista la microchirurgia fa 'miracoli', solo qualche anno fa impensabili, nel delicatissimo campo del tumori del distretto testa-collo

di Alessandra Binazzi

Ogni anno in Italia si scoprono circa 25.000 nuovi casi di tumori che interessano il distretto testa e collo (compresi quelli della tiroide). In Italia interessano 4 persone ogni 100mila e rappresentano il 5% della casistica riguardante tutti i tipi di carcinoma, con una incidenza maggiore tra le patologie maligne che colpiscono l’uomo (4%), rispetto a quelle che si manifestano nella donna (1%). L’età media è superiore ai 50 anni ma nel 15% circa dei casi si tratta di pazienti giovani.

Recentemente si è registrato un incremento delle patologie neoplastiche del distretto testa-collo che secondo il prof. Valentino Valentini, responsabile dell’Unità Operativa di Chirurgia Maxillo-Facciale della AOU Policlinico Umberto I di Roma, “merita tutta l’attenzione”. Questo perché anche se oggi formazioni maligne che interessano il cavo orale sono risolvibili, le conseguenze estetiche e funzionali che ne derivano per il paziente necessitano di trattamenti chirurgici particolari. La microchirurgia viene in soccorso di questi casi: grazie infatti alla cosiddetta rivascolarizzazione dei lembi liberi, cioè di losanghe di pelle di cui si ricostruisce microchirurgicamente la continuità di arterie, vene e nervi, è possibile restituire al paziente, contestualmente sottoposto a intervento demolitivo per la rimozione della neoplasia, una morfologia e una funzione quantomeno accettabili.

Ad oggi la microchirurgia rappresenta lo step più evoluto nella ricostruzione del cavo orale”, spiega il prof. Valentini, ordinario in chirurgia maxillo-facciale all’Università Sapienza. “Fino a non molti anni fa patologie oncologiche interessanti lingua, mucosa della guancia, palato, strutture ossee come il mascellare superiore e la mandibola, ma anche altre situazioni altamente destruenti, secondarie a gravi traumi del volto (ad esempio, colpi di arma da fuoco o incidenti di altro genere, ndr), non potevano avvalersi delle metodiche ricostruttive associate alla microchirurgia”.

“Ora, invece, grazie proprio a questo ramo della chirurgia di altissima precisione che prevede l’utilizzo del microscopio operatorio, capace di ingrandire fino a 40 volte, adatto alla visione stereoscopica che consente l’uso di ferri chirurgici sotto l’obiettivo, abbiamo la possibilità di ricostruire anche segmenti estremamente ampi: ad esempio, una emi-mandibola interessata da patologia neoplastica maligna. Ma siamo in grado di fare anche la ricostruzione di tutta una mandibola interessata da forma neoplastica benigna. Questo grazie proprio alla possibilità di approcci mininvasivi, gli stessi che vengono impiegati in oftalmologia, otorinolaringoiatria, in neurochirurgia (dissezione di aneurismi e di tumori profondamente situati nel tessuto cerebrale, ritenuti inaccessibili) e in molti altri ambiti: sterilità tubarica, riparazione del dotto deferente, chirurgia traumatologica ricostruttiva e altro”.

Dai primi esperimenti del 1920 agli interventi di oggi

Fatto interessante, non si tratta di una tecnica nuova. I primi esperimenti si fecero in Svezia nel 1921 con gli interventi agli orecchi, al naso e alla gola, e poi con la chirurgia oculistica negli anni quaranta. Quindi nel 1965, in Giappone, venne riattaccato un pollice amputato, mentre l’anno dopo in Cina venne riattaccato per la prima volta un dito indice. Nel 1968 a Sydney, in Australia, fu riattaccato per la prima volta a un bambino un dito, e con esito favorevole. Oggi che l’applicazione della microchirurgia per reimpianto di aree anatomiche amputate è piuttosto comune, la microchirurgia  come ha spiegato il prof. Valentini viene impiegata in molti altri seri interventi per ottenere risultati che sarebbero stati considerati impossibili poco più di dieci anni fa.

 “Più facile e con risultati più apprezzabili è applicare la tecnica della microchirurgia nel caso di patologie benigne perché si può intervenire dall’interno della bocca, quasi senza cicatrici esterne. Dovendo invece affrontare patologie del cavo orale maligne, in cui può rendersi necessario asportare anche qualche linfonodo del collo, gli approcci chirurgici che vengono posti in essere sono intra ed extra-orali. Ovviamente, anche in questi casi si cerca sempre di limitare al massimo i segni cutanei, ovvero eventuali esiti cicatriziali”.

Microchirurgia per le ricostruzioni ossee

 “L’enorme vantaggio – sottolinea ancora Valentini – è la possibilità di ricostruire l’osso in maniera estremamente precisa sotto la direzione di una metodica computerizzata. Ad esempio, da un’ala iliaca, una parte del bacino, può essere prelevato la porzione di osso utilizzando delle rime di taglio, piccoli apparecchi studiati appositamente da ingegneri biomedici con i quali studiamo insieme per ogni caso il programma di ricostruzione ma ancora prima quello di demolizione, ove necessario. La rima di taglio ci dà l’esatta inclinazione e profondità delle linee osteotomiche, per cui le ricostruzioni possono essere estremamente precise tanto che talvolta diventa difficile, a distanza di qualche mese, capire da che parte è stato operato il paziente. Nel caso di ricostruzioni ossee della mandibola il paziente può essere addirittura riabilitato mediante una implantologia dentale che gli consentirà di recuperare oltre che da un punto di vista estetico, fisiognomico, quasi il cento per cento della masticazione”.

La microchirurgia è una tecnica valida in tutti i casi?

“Certamente no – conclude Valentini - Ci sono casi in cui il paziente è estremamente defedato (ndr. gravemente deperito) o presenta delle co-morbilità, come ad esempio diabete scompensato o cardiopatia grave. 

Non costituisce invece alcun problema l’età avanzata del paziente: è ormai acclarato infatti che non rappresenta più una controindicazione assoluta a questo tipo di interventi, che sono certamente discretamente impegnativi in termini di tempo operatorio. Anche se una ulteriore conquista della scienza associata alla tecnologia, e quindi di noi operatori, è poter concludere oggi in 5/6 ore interventi particolarmente delicati e importanti che fino a 10 anni fa richiedevano una presenza continua al tavolo operatorio non inferiore alle 8/10 ore”.