Lo svezzamento non fa paura

Il divezzamento, o meglio l'introduzione dell'alimentazione complementare, è un passaggio importantissimo per la crescita (e la salute) del bambino. Genitori, fatevi consigliare da un esperto!

di Regina Geloso

bambino sul seggiolone, svezzamento

Orientarsi tra indicazioni nutrizionali, consigli su quando e come introdurre le prime ‘pappe’, come comportarsi in caso di allattamento al seno o in formula (il cosiddetto latte artificiale) è davvero un grattacapo non da poco per i genitori che si trovano di fronte a questa nuova tappa della vita dell’infant. Il passaggio cioè da un’alimentazione ‘monotona’, fatta di solo latte materno o in formula, ad una diversificata, con l’alimentazione complementare (AC), comunemente definito divezzamento o ancor meno correttamente svezzamento. Scorrettamente perché, letteralmente, s-vezzare significa togliere un vizio; ma il latte materno è tutt'altro che un 'vizio', ma un alimento fondamentale nelle prime fasi di vita dell'infante.

Si parla di alimentazione complementare perché vengono progressivamente introdotti altri alimenti a complemento del latte “che, preferibilmente e se possibile, deve essere latte materno”.

Si tratta,dunque, di un processo graduale la cui durata complessiva varia da pochi mesi fino ad un massimo di un anno.

“Il periodo dell’alimentazione complementare – spiega Prof. Andrea Vania, responsabile del Centro di Dietologia e Nutrizione pediatrica dell’AOU Policlinico Umberto I – Sapienza, Università di Roma ospite a “Belli dentro, belli fuori” - è quel periodo transitorio della vita in cui il latte, materno o no, cessa di essere l’alimento esclusivo della dieta del bambino, venendo gradualmente sostituito da un pasto semisolido e poi da cibi solidi”.

Definizione che, specifica l’esperto, rende bene il senso del fenomeno, poiché ne sottolinea i vari aspetti essenziali:

  • si tratta di un periodo, non di un singolo momento
  • è transitorio, dunque ha un inizio ma deve avere fine
  • vi è il passaggio graduale da una dieta costituita da un solo alimento ad una variata (da una dieta liquida ad una semisolida ed infine ad una solida).

Esiste un’età più giusta per iniziare?

Raccomandazioni ufficiali OMS riportano come durante i primi 4-6 mesi di vita il latte umano (LM) sia l’unico alimento necessario a soddisfare i bisogni nutrizionali di un bambino sano normale. Dunue “solo all’età di 6 mesi si dovrebbe iniziare a somministrare al lattante una varietà di cibi energeticamente più ricchi, in aggiunta al latte umano, così da soddisfare le mutate esigenze nutrizionali”. Inoltre, precisano gli esperti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, “quando i cibi complementari sono introdotti troppo presto, riducono sensibilmente la produzione di latte materno o l’intake della formula. Pertanto, tra i 6 e i 12 mesi, i cibi complementari dovrebbero contribuire in modo graduale all’intake calorico totale”.

Nonostante siano presenti dei pareri discordanti (si veda ad esempio il Position Paper dell’ESPGHAN che anticipa la finestra più idonea tra le 17 e le 26 settimane), attualmente “si ritiene che il momento migliore sia dal compimento dei 6 mesi per la maggior parte dei bambini sani, a termine; per chi è stato allattato con latte materno è sicuramente consigliabile iniziare lo svezzamento dopo i 6 mesi di vita. Anche per chi è stato allattato con formula è importante che si attendano i 6 mesi, forse additrittura dopo perché è un latte più ricco di proteine e c'è meno bisogno per il bambino di introdurre l’alimentazione complementare. Ma dipende ovviamente da caso a caso, secondo il grado di sviluppo del bambino: alcuni crescono di più, altri sono più piccoli” precisa l'esperto.

Alimentazione complementare: consigli utili

Le tappe

Sinteticamente si possono evidenziare due fasi:

  1. introduzione della primissima pappa: “nella dieta giornaliera del bambino viene sostituito un pasto latteo con un pasto semisolido o solido
  2. fase della scoperta e varietà nella dieta: dunque “scoperta di nuovi alimenti, gusti e consistenze, aumentando pertanto la varietà nella dieta”.

Cosa e quanto dare al bambino?

“Un fattore importante sono le quantità: debbono essere adeguate e non esagerate anche in termini di proporzioni tra i nutrienti.

Attualmente si ritiene che qualsiasi alimento possa essere utilizzato nel bambino. Vanno però evitati sale e zuccheri aggiunti, almeno fino ai due anni, ed è importante prestare attenzione agli eccessi proteici”.

Ideale “iniziare con i cibi più facilmente digeribili e più completi dal punto di vista nutrizionale del bambino. Per il resto, non è detto che si debba dare per forza delle pappe: l’importante è fare attenzione alle specificità nutrizionali del bambino, che sono differenti da quelle di un adulto”.

E gli alimenti per gli adulti?Si possono anche dare gli alimenti presenti sulla tavola dei grandi, purché siano preparati secondo le esigenze del bambino. Attenzione, dunque, a preparazioni non adeguate all’età come cibi precotti o preparazioni industriali, cibi troppo piccanti o speziati”.

“Le mamme non devono fare da sole – consiglia Prof. Vania - dovrebbero rivolgersi al proprio pediatra, affidarsi ai suoi consigli perché sono sempre dati nell'interesse del bambino”.

Non solo alimentazione: il beneficio è anche per le abilità del bambino

Mentre in passato, si riteneva che la principale motivazione all’introduzione dell’alimentazione complementare fosse solo di natura nutrizionale, ovvero legata ad un aumento e mutamento dei fabbisogni calorico-nutrizionali del bambino a partire dai 6 mesi, oggi molti pediatri tendono ad avvicinarsi alle osservazioni degli psicologi clinici; “motivazioni ancora più importanti di quelle nutrizionali, oggi prese in considerazione per procedere all’AC sono di ordine sia psiconeurologico che educativo, sostenute entrambe da varie considerazioni. L’esperienza dell’alimentazione si fa, infatti, centrale dal punto di vista delle abilità conoscitive e della qualità dell’esperienza del bambino” conclude l’esperto.