Dalla morte alla vita

Morire ma continuare a vivere nel corpo di altre persone grazie alla donazione di organi. Come si svolge l'accertamento di morte, pratica indispensabile per la donazione?

di Alessandra Binazzi

medico controlla referto in sala operatoria

Una persona muore quando perde in modo irreversibile tutte le funzioni del cervello. Quando il cuore e i polmoni si fermano, il cervello non riceve più il sangue e l'ossigeno necessari al suo funzionamento. Se la situazione non si risolve in tempi rapidissimi e supera i 10 minuti, quest’organo subisce un danno permanente. La morte avviene quando si verifica la mancanza di sangue e ossigeno a tutto il cervello, compresa la parte più profonda, chiamata tronco, indispensabile per le funzioni alla base della vita quali, ad esempio, la respirazione, la circolazione del sangue, la temperatura corporea.

Ma una persona dichiarata morta può avere ancora il battito cardiaco e conservare intatto il calore corporeo. È questo uno dei problemi che spesso sono un deterrente alla possibilità che i familiari di un congiunto, per il quale sia stata accertata la cessazione irreversibile delle funzioni cerebrali, acconsentano al prelievo degli organi che possono continuare a funzionare in un altro corpo.

Accertamento di morte, che significa e come si svolge

L'accertamento della morte, ovvero l’insieme delle procedure medico-legali che stabiliscono la diagnosi e le cause di un decesso (Legge 578/1993) è il presupposto essenziale al fine di procedere dietro deliberato assenso della persona deceduta o di un suo familiare, all’espianto. E la morte dell’individuo altro non è che la constatazione della cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo che implica la morte delle strutture cerebrali.

È importante perciò che vi sia una distinzione chiara e inequivocabile tra chi è ancora in vita e chi invece è deceduto. Di questo si è parlato sabato 15 dicembre all'Università La Sapienza di Roma durante il convegno 'Dall'accertamento di morte alla donazione degli organi', organizzato da Oriano Mecarelli, docente del Dipartimento di Neuroscienze umane, in collaborazione con l'Associazione italiana tecnici di neurofisiopatologia. L’incontro è stata un’occasione di riflessione a 50 anni dai criteri di Harvard e a 10 anni dalla nuova legge.

"L'accertamento di morte, che appunto si dice di morte encefalica – afferma il prof. Mecarelli - è fondamentale per poter eventualmente proporre la donazione degli organi". Secondo l'esperto, sull'argomento il retaggio culturale esiste ed è pure comprensibile: "Se vi sono persone che hanno un congiunto in Rianimazione e sanno che il suo cuore batte ancora, è possibile che abbiano difficoltà ad accettare che ci sia la morte irreversibile delle strutture cerebrali. Bisogna invece saperlo spiegare perché è giusto che la famiglia venga messa nella condizione di capire cosa sta accadendo”.

“Nei nostri reparti spesso non c'è nemmeno una stanza confortevole dove poter affrontare una discorso così importante - evidenzia lo specialista - Ci vorrebbero figure, come quelle dello psicologo o dell’assistente sociale, ad affiancare il medico nel delicato momento della spiegazione".

La legislazione in vigore

L'appuntamento alla Sapienza cade volutamente in concomitanza con due importanti ricorrenze: il cinquantenario dei Criteri di Harvard (le prime linee guida per stabilire se un paziente in coma rispondesse ai criteri di morte cerebrale vennero pubblicate dalla Harvard Medical School e poi meglio definite e standardizzate nel 1995 nelle linee guida per l’accertamento della morte cerebrale pubblicate dall’American Academy of Neurology, che oltre ai prerequisiti obbligano a tre rilievi fondamentali:

  1. l’eziologia del coma;
  2. l’esclusione di situazioni concomitanti che possano produrre segni clinici simili a quelli della morte cerebrale;
  3. i segni clinici tipici della morte cerebrale: coma, assenza dei riflessi del tronco encefalico, assenza di respirazione spontanea.

Seconda ricorrenza il decennio dall'entrata in vigore del decreto legislativo del ministero della Salute (n. 136, 11 aprile 2008,) che regola la procedura per l'accertamento e la certificazione di morte stabilendo che, per tutti e indipendentemente dal trapianto, la durata dell'osservazione ai fini dell'accertamento della morte deve essere non inferiore a 6 ore per adulti e bambini (sotto l'anno di età sono richiesti, tuttavia, ulteriori test strumentali).

"Nella legislazione italiana l'accertamento di morte è stato istituito proprio per dare il massimo delle garanzie ai fini di chiarire ciò che è il concetto di morte encefalica, a tutela del paziente oltre che del parente. Il discorso che si è sviluppato durante questo dibattito - spiega Francesco Pugliese, direttore Uoc Anestesia e Rianimazione Policlinico Umberto I - ha chiarito in maniera limpida sia l'intenzione del legislatore sia quella dell'operatore sanitario, finalizzata a evitare di trattare un paziente che non è più un paziente ma una persona deceduta e conseguentemente anche ad avere l'opportunità, con il consenso dei parenti, di eseguire la donazione degli organi".

Trapianti e donazioni

Nel 1999, quando per entrare a far parte della categoria dei potenziali donatori era necessario iscriversi nelle liste dell’associazione AIDO, i donatori risultavano essere 788 per milione di popolazione (circa il 13%). A distanza di quasi vent’anni il numero è quasi raddoppiato: 1437, ovvero quasi il 24% per milione di popolazione. I dati del 2017 riferiti ai trapianti a livello nazionale sono buoni: “Quasi 4000 trapianti – riferisce la presidente nazionale AIDO, Flavia Petrin con il rassicurante risultato che 3800 persone sono tornate alla vita. Ma non dobbiamo trascurare il dato di coloro che vivono di speranza: sono 9 mila circa le persone, al momento, in lista d’attesa”.

In ogni caso il trend, eccellente nel 2016, continua ad essere positivo: "Trapianto e donazione di organi sono in aumento in Italia – assicura Lia Bellis del Centro Nazionale Trapiantianche se con nette differenze tra Nord e Sud”. Per cercare di uniformare l’offerta, aumentandola nelle regioni dove la risposta scarseggia, "ci stiamo impegnando molto per sensibilizzare l'opinione pubblica sul tema delle donazioni”, prosegue l'esperta. Innanzitutto, evidenzia, curare la formazione degli operatori sanitari, “uno degli aspetti critici e più importanti, perché i cittadini devono avere fiducia nel sistema sanitario. Inoltre abbiamo registrato una svolta importante sul numero di dichiarazioni di volontà a donare gli organi, grazie alla formazione degli operatori comunali dell'Anagrafe e grazie anche alla possibilità data ai cittadini di indicare il proprio consenso alla donazione al momento del rilascio della carta d'identità elettronica". Al momento questo è possibile in circa 5.800 comuni soltanto, ma "l'obiettivo - conclude Bellis - è quello di formarne e attivarne altri fino al completamento di tutto il territorio nazionale, affinché ovunque venga offerta la possibilità, a chi vuole, di diventare potenziale donatore".