L'ipertensione arteriosa che non conosci

L'aumento della pressione sanguigna, parametro vitale che esprime la funzionalità dell'organismo, non provoca disturbi avvertibili ma va curato come qualsiasi patologia. Basta conoscerne le cause

di Alessandra Binazzi

Per distinguere tra le varie forme di ipertensione arteriosa che possono colpire un individuo, dobbiamo prima sapere come si comporta il sangue che scorre nelle nostre arterie, quale pressione esercita contro le pareti dei vasi sanguigni a seguito dell’azione della pompa del cuore, e quali valori non deve superare affinché i parametri rimangano nella norma e non si debba parlare di pressione alta prima ancora di ipertensione.

L'ipertensione arteriosa infatti è uno stato, costante e non occasionale, in cui la pressione arteriosa a riposo risulta più alta rispetto agli standard fisiologici considerati normali (secondo la comunità medico-scientifica, la pressione arteriosa ottimale a riposo è pari a 120 (p. sistolica o massima)/80 (p. diastolica) mmHg).

La variazione del valore pressorio è dovuta a fattori diversi. Tra questi:

  • la forza di contrazione del cuore;
  • la gittata sistolica, ossia la quantità di sangue in uscita dal cuore a ogni contrazione ventricolare;
  • la frequenza cardiaca, cioè il numero di battiti cardiaci al minuto;
  • le resistenze periferiche, ossia le resistenze opposte alla circolazione del sangue dallo stato di costrizione dei piccoli vasi arteriosi (arteriole);
  • l’elasticità dell'aorta e delle grandi arterie;
  • la volemia, cioè il volume totale di sangue circolante nel corpo.

Fatte le dovute premesse possiamo quindi esaminare meglio l’ipertensione arteriosa, quel ‘killer silenzioso’ che nei Paesi industrializzati colpisce circa il 20% della popolazione adulta e rappresenta uno dei maggiori problemi clinici dei tempi moderni.

Stile di vita sano e terapia farmacologica contro l'ipertensione arteriosa

Abbiamo detto che agisce nell'ombra senza alcun sintomo evidente, degenerando in complicanze anche molto gravi, talvolta dall'esito mortale se non viene aggredita con una terapia adeguata che riporti nella norma i livelli pressori alterati. Al fianco di cambiamenti di stili di vita necessari nel caso specifico - una dieta sana ed equilibrata con minor utilizzo di sale e dell’attività fisica da praticare con regolarità - che spesso però non sono sufficienti a stabilizzare i valori della p.a., vi è la terapia farmacologica. Ma se i rimedi per una tavola meno sapida e ipocalorica insieme a un po’ di movimento che contrasti la tendenza alla sedentarietà, il male dei tempi moderni, possono essere la chiave di volta per migliorare la nostra salute a prescindere da qualsiasi disturbo, i farmaci antiipertensivi - ACE-inibitori, beta-bloccanti calcioantagonisti o il semplice diuretico - non sempre vanno a rimettere a posto quei valori che è preferibile tenere sotto controllo per evitare danni all’apparato cardiovascolare e non solo.

Al Policlinico Umberto I, azienda ospedaliero-universitaria romana, il prof. Giorgio De Tomaresponsabile della I Clinica Chirurgica dell'AOU Policlinico Umberto I di Roma si occupa di ipertensione curandone gli esiti attraverso la chirurgia laparoscopica. Allievo del grande Maestro Valdoni, De Toma prende in considerazione un  tipo di ipertensione spesso sconosciuta anche ai medici di base, nonostante segni e sintomi  spesso aiutino a configurala.  Vediamo di chiarirci le idee.

Prof. De Toma, partiamo dall’ipertensione arteriosa indifferenziata

“L’ipertensione arteriosa rappresenta tuttora un problema complesso. Basti pensare che le forme ipertensive colpiscono in Italia quasi 10 milioni di abitanti: una percentuale significativa. In media il 33% degli uomini e il 31% delle donne. Di questi, il 19% degli uomini e il 14% delle donne sono in una condizione di rischio.

Però un fatto ancora più importante è che circa l’8 e il 10 per cento di queste forme non sono forme di ipertensione essenziale ma forme di ipertensione secondaria”.

Ipertensione secondaria

Ci spieghi, per favore, cosa si intende per ipertensione secondaria

“È la condizione di ipertensione riconducibile ad altre patologie o all’assunzione di determinati farmaci. In Italia abbiamo dai 400mila agli 800mila abitanti che hanno forme secondarie. Quindi, esaminando il portafoglio assistenziale di un medico di base che ha 1500 pazienti,  se il 10 per cento (150 persone) soffre di ipertensione arteriosa, dobbiamo immaginare che 15-20 di questi pazienti hanno forme di ipertensione arteriosa non essenziale, dovuta cioè ad altre patologie. E in un modo preponderante sono le ipertensioni di origine endocrina”.

Le caratteristiche cliniche che accomunano tutte le forme di ipertensione secondaria sono:

  • età di insorgenza <20 o >50 anni;
  • valori pressori elevati; gravi danni d’organo;
  • risposta inadeguata a una terapia farmacologica congrua;
  • assenza di familiarità per ipertensione arteriosa.

"Per ciò che riguarda la patologia surrenalica le forme più comuni sono quelle rappresentate dall’iperaldosteronismo primario (iperproduzione dell’ormone aldosterone, ndr), dall’ipercortisolemia conosciuta come ‘sindrome di Cushing’ e quella che forse possiamo ritenere la forma più pericolosa:  il ‘Feocromocitoma’”.

Cosa succede se una ipertensione di origine endocrina viene curata come una normale ipertensione primaria?

“Spesso, specialmente nei soggetti giovani, talune forme di ipertensione sono curate con i farmaci che noi abitualmente utilizziamo. Sono cure che si rivelano inutili, addirittura nocive, perché questi pazienti se queste forme non vengono scoperte per tempo possono avere col passare degli anni gravi danni all’apparato cardiovascolare e anche ad altri apparati. L’ipertensione arteriosa secondaria può sovrapporsi a quella primaria, ma le origini sono completamente diverse”.

Prof. De Toma, cosa consiglia di fare in questi casi?

“Tutte queste forme appena elencate devono essere studiate in centri dedicati, come quello del Policlinico Umberto I, forniti delle  apparecchiature più sofisticate, e operate per via laparoscopica: la garanzia è una grandissima percentuale di successo e di ‘restitutio ad integrum’ del paziente, ovvero una ritrovata normalità e funzionalità degli organi colpiti”.