Le novità nella cura dell'ictus grazie alle neuroimmagini

I disturbi neurologici colpiscono oltre 1 miliardo di persone in tutto il mondo, entro i prossimi vent'anni rappresenteranno la principale causa di morte e di disabilità

di Regina Geloso

paziente sottoposta a TC

I dati, diffusi dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e ripresi nell’ambito degli argomenti trattati durante il recente congresso nazionale della Società Italiana di Neurologia a Roma, sono preoccupanti: in Italia 150.000 i nuovi casi di Ictus ogni anno, con circa 800.000 persone che sono sopravvissute allo Stroke ma che portano i segni di invalidità; 300.000 i pazienti con Malattia di Parkinson; 120.000 coloro che oggi sono colpiti da Sclerosi Multipla; 5 milioni le persone che soffrono di Emicrania, in particolare donne, di cui 800.000 nella forma cronica, con dolori costanti per oltre 15 giorni al mese. Fino a 1 milione le persone affette da decadimento mentale.

Non solo, nel nostro Paese, uno dei più anziani a livello europeo con il 17% di over 65 si prevede una crescita esponenziale delle malattie croniche legate all’età, tra cui quelle neurologiche.

Ictus ischemico: i nuovi studi sulla diagnostica avanzata e i trattamenti in fase acuta

L’ictus (o “stroke”) cerebrale è tra le prime tre cause di morte insieme alle malattie cardiovascolari e alle neoplasie. Ciò che, forse, preoccupa ancora di più è che sia la prima causa assoluta di disabilità: oltre 1 paziente su 3 colpiti da patologia cerebrovascolare, sopravvive con severi deficit motori, cognitivi o di linguaggio, con una perdita pressoché totale dell’autonomia nelle comuni attività di vita quotidiana. A documentarlo sono i dati dell’Osservatorio Ictus Italia.

Ma, grazie a nuovi studi che si avvalgono di strumenti di diagnostica avanzata, aumentano le possibilità di curare l’ictus ischemico in fase acuta. In particolare si fa riferimento alla pubblicazione sulla rivista scientifica ‘The New England Journal of Medicine’ i risultati di due importanti trial internazionali di cui si è discusso al Congresso SIN: il DAWN (DWI or CTP Assessment with Clinical Mismatch in the Triage of Wake-Up and Late Presenting Strokes Undergoing Neurointervention with Trevo) ed il DEFUSE 3 (Endovascular Therapy Following Imaging Evaluation for Ischemic Stroke).

I due trial, spiega Prof. Danilo Toni, Direttore Unità di Trattamento Neurovascolare (UTN) del Policlinico Umberto I di Roma intervenuto al 49° Congresso Nazionale SIN “hanno studiato la possibilità di sottoporre a rivascolarizzazione meccanica (la cosiddetta trombectomia) pazienti con ictus ischemico visti per l’ultima volta in buona salute da 16 a 24 ore prima. I pazienti da trattare sono stati selezionati utilizzando tecniche avanzate di neuroimmagini, ovvero la TC di perfusione o la rM con sequenze in diffusione e perfusione.

Entrambi gli studi hanno dimostrato che con queste modalità di indagine è possibile identificare pazienti con “penombra ischemica”anche dopo molte ore dal teorico esordio dei sintomi e che è possibile ricanalizzare le arterie occluse con esito clinico favorevole in circa il 45-50% dei casi”.

Quasi il 90% dei pazienti del trial DAWN e circa il 65% dei pazienti del trial DEFUSE 3 avevano un ictus al risveglio o verificatosi in assenza di testimoni, per cui è anche possibile che la reale ora d’esordio dell’evento non fosse così remota rispetto al momento di esecuzione delle neuroimmagini” ha precisato l’esperto.

Individuare la penombra ischemica: il ruolo delle neuroimmagini

Sebbene questi studi abbiano alcune limitazioni, i risultati ottenuti aprono la via ad una nuova fase nel trattamento della fase acuta dell’ictus cerebrale, dove il fattore tempo potrebbe non costituire più un limite invalicabile.

Queste tecniche avanzate di neuroimmagini permettono, infatti, di individuare i pazienti con tessuto cerebrale sofferente ma non ancora necrotico e quindi salvabile; in particolare, la Tac mediante mezzo di contrasto riesce a visualizzare il flusso ematico all’interno del cervello, evidenziando le zone danneggiate a causa di una carenza importante di sangue, definite zona core o nucleo ischemico, e l’area ipoperfusa che invece non è ancora irreversibilmente danneggiata, la cosiddetta penombra ischemica, teoricamente recuperabile. Similmente, la risonanza magnetica in diffusione identifica la zona core, mentre la sequenza in perfusione quelle ipoperfuse.

In aggiunta, la Tac permette anche di effettuare un’angiografia per valutare lo stato delle arterie e la localizzazione dell’occlusione”.