Addio al più grande nemico della leucemia

Franco Mandelli ha trasformato malattie terribili, come la leucemia, in patologie comuni. Non solo un medico, ma una persona dalle grandi doti umane

di Alessandra Binazzi

Franco Mandelli

Piccoli, medi, grandi. L’altezza di una persona è data sì dalla distanza tra i suoi piedi e la sommità del suo capo. Ma c’è un’altra misura che ne stabilisce la statura e conta molto di più perché contempla il grado di elevatezza morale dell’individuo, il suo ingegno.

Franco Mandelli, il padre della Ematologia italiana che si è spento la mattina del 15 luglio all’età di 87 anni, è il Piccolo Grande Uomo di cui vogliamo parlare. Una vita dedicata alla ricerca per curare le malattie del sangue, sottraendo il tempo – quando era necessario – anche al riposo notturno. “Si fermava a dormire in istituto”, racconta un suo allievo “quando si faceva così tardi che diventava inutile incamminarsi verso casa"

Basterebbe leggere gli attestati di stima e affetto che una moltitudine di pazienti e familiari di persone colpite da leucemia o linfoma di Hodgkin ha lasciato su Facebook per ringraziarlo: “I tuoi pazienti e i loro familiari ti piangono oggi, Dottore”, scrive Alessia. “Scusaci – aggiunge - Non si devono versare lacrime, ce lo hai insegnato e ripetuto più volte negli anni. La malattia si alimenta anche della debolezza d’animo”.

Ematologo per caso”, come era solito sottolineare in quanto figlio di ingegnere, Mandelli nasce a Bergamo nel 1931, si laurea a Milano, si specializza a Parma. La prima scelta post laurea cade sulla Medicina interna, ma è l’incontro in reparto con una splendida ragazza affetta da linfoma che gli fa cambiare idea: “Quando morì provai uno spaventoso senso di fallimento misto a impotenza”, raccontava per giustificare il suo indirizzo di studio. Dopo la specializzazione e una parentesi parigina il giovane Mandelli si sposta a Roma dove assume la docenza presso la “Sapienza” nel 1968 e dirige, dal 1975 al 2006, la Scuola di Specializzazione in Ematologia dell'Università. Nel 2011 diventa Professore emerito. 

La sua 'Scuola di medicina' si rivela da subito indispensabile, non solo per le molte vite salvate ma anche per la capacità di costruire una rete di professori in grado di trasmettere la sua eredità. Una eredità che, come ha sottolineato il Presidente della Repubblica esprimendo il suo cordoglio ai familiari del Maestro appena scomparso, non deve ora andare sprecata: "Ai suoi allievi e collaboratori -  ha scritto in una nota Sergio Mattarella - l'esortazione a proseguirne l'opera con la stessa dedizione e lo stesso impegno". Autore di oltre 750 studi scientifici e di protocolli che hanno trovato applicazione in tutto il mondo, il professor Mandelli lascia un'impronta indelebile nella lotta al linfoma di Hodgkin e alle forme promielocitiche delle leucemie acute, anche attraverso i protocolli di cura da lui istituiti che oggi vengono utilizzati in tutto il mondo.

Anche le due più importanti associazioni italiane per l'ematologia sono legate al suo nome: nel 1982 Mandelli fonda Gimema (Gruppo italiano malattie ematologiche dell'adulto) di cui diventa presidente, stessa carica ricoperta nell'AIL (Associazione Italiane Leucemie), fondata nel 1969.

Nel 2003, dopo 24 anni, lascia la direzione del centro di Ematologia del Policlinico Umberto I, allocato in via Benevento, da lui creato e organizzato in reparti ospedalieri di ricovero per anziani, adulti e bambini, centro trapianti di cellule staminali, pronto soccorso ematologico funzionante 24 ore su 24, ambulatori, servizio per le malattie emorragiche e trombotiche. Nelle immediate vicinanze del centro di Ematologia, Mandelli ha creato anche la casa AIL “residenza Vanessa”  per alloggiare gratuitamente malati di fuori Roma.

Dal 2012 è Primario emerito di Ematologia del Policlinico "Umberto I" di Roma.

Numerosi e importanti sono anche i riconoscimenti nazionali e internazionali da lui ricevuti per avere riscritto la storia dei tumori del sangue. Per tutto questo il mondo gli è debitore e riconoscente. E lo è stato anche nell’ultimo tributo presso la parrocchia romana di San Roberto Bellarmino, in una chiesa gremitissima di volontari dell’Ail, ex pazienti e familiari, le persone a cui teneva di più. Don Nicola Filippi durante la cerimonia di commiato terreno lo ha ricordato come "il volto umano della medicina". Il parroco ha anche fatto un parallelo con la parabola del buon samaritano: "Ha incontrato lungo la sua esistenza persone aggredite da un male terribile, leucemie o linfomi - ha spiegato - anche lui non si è voltato dall'altra parte". "Per Mandelli non c'era una malattia da sconfiggere, ma c'era un malato, una persona di cui prendersi cura”. E “i risultati raggiunti - ha concluso il parroco - non erano un tesoro da difendere ma una ricchezza da trasmettere".

Il più grande insegnamento per chi voglia dedicarsi alla medicina e, più in generale, all’assistenza del malato.

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