Guardo con occhi nuovi la vita

Abbiamo incontrato Maria Rita, mamma di una giovane donna di 33 anni e con energia da vendere: "Non fate come me, chiedete aiuto se ne avete bisogno".

di Regina Geloso

La storia di Maria Rita

Maria Rita è una forza della natura, mamma e moglie a tempo pieno; come dice di se stessa “conduco l’azienda di famiglia”. Operosa e mai un attimo ferma, lo si capisce subito dalla quantità di parole e storie che ci siamo scambiate durante la nostra ‘chiacchierata’.

Ci racconta: “A 59 anni è iniziata questa mia grande avventura con il Policlinico Umberto I, quando mi venne diagnosticato un tumore. Ma, nel male, ho avuto degli incontri fortunati: medici, infermieri, personale sanitario ed altri combattenti come me. Mi compiaccio per le doti di umanità e capacità professionali evidenziate dal personale tutto”.

Un percorso che ancora oggi sta continuando. Tre lunghi anni in cui Maria Rita è stata in cura presso Oncologia B, Professor Cortesi; nonché, per le prestazioni ambulatoriali specialistiche, presso il Dipartimento di Chirurgia Generale P. Valdoni, Professor Fiori e Dottoressa Bernardi.

“Quando arrivai al Policlinico ero disorientata e reticente: diciamo la verità, non si vuole mai ammettere che si possano avere problemi seri, si pensa sempre siano cose di passaggio. Anche in questa fase ho avuto la fortuna di incontrare una specializzanda carinissima che si è presa cura di me, nonostante la mia ritrosia”.

Si sta talmente male che a volte non si capisce con cosa si abbia realmente a che fare”.

La luce oltre la siepe

Una macrobiopsia con l’asportazione di un nodulo abbastanza complicato è stato solo il primo passo. A questo sono seguiti otto mesi di chemioterapia, poi uno e mezzo di radioterapia.

Arriva una buona notizia: 'la bestiaccia', come la definisce Maria Rita, è regredita e non è stato necessario l’intervento.

“Ho sempre trovato persone di una grande umanità e disponibilità”, ci racconta. “Tutt’ora sono rimasta in contatto con queste persone. Definivamo le infermiere che gestivano la chemioterapia come 'gli angeli del complesso': continuavano ad andare avanti e indietro, chiedendo se tutto fosse a posto, se stessimo bene”.

BENE. Questa parola, ascoltando il racconto di Maria Rita, suona diversa. Ci avvicina alla relatività delle cose, a quanto si debba strappare con tutte le forze la nostra felicità, il bene. Quello che è possibile in quel momento, perché da ogni istante si può raccogliere il ‘nostro bene’.

Tè e pasticcini in salotto

Cosa ricordo di quei mesi… hanno a che fare con tantissime persone, quelle che mi sono state vicine, il personale sanitario, le persone che come me stavano male e con cui ho condiviso il percorso. Ecco, mi sono sentita accompagnata. Non mi sono mai sentita sola anche nei momenti di grande difficoltà e forse, la mia fede, mi ha aiutata molto nei momenti di dolore. Si riusciva a scherzare anche con i medici addetti alla radioterapia. Quella battuta riusciva ad alleggerire i pensieri".

“Si era creato un gruppo di persone dirette tutte allo stesso posto… era diventato, per quanto possibile, una specie di salotto. ‘Ma qui si fa salotto?’ ci chiedevano e prontamente si rispondeva ‘Si, mancano solo il tè e i pasticcini’. Purtroppo qualcuno non ce l’ha fatta… ma ce l’hanno messa tutta!”

Assaporare la vita

“Mi rendo conto che la vita è il bene più prezioso che abbiamo. Tutto quello che faccio, che posso o che non posso dare, l’apprezzo molto di più”.

Ho imparato ad assaporare la vita e guardarla con occhi nuovi. Si assaporare, perché una delle mie passioni è la cucina. Ed ora che ho potuto riprendere in mano la mia vita, invito spesso amici a pranzo e mi piace dedicarmi a loro. Non è il mangiare in sé, ma tutto ciò che rappresenta il piatto. Ho la sensazione, in questo modo, di trasmettere alle persone che mi sono state vicine, tutto il mio affetto”.

Una goccia di rosa

Carlo, il marito, le è sempre stato a fianco ad ogni passo. Un fascio di nervi che tira un sospiro di sollievo quando tra il grigiore di questi mesi fa capolino una goccia di colore. Colore che, come cadendo su un tavolo, lo macchia, lo impregna e salta subito all'occhio per distinguersi in modo così netto da tutto il resto. Una piccola goccia di colore su un tavolo grigio, a volte, ci può aiutare ad affrontare un momento difficile.

"Fa bene al cuore, soprattutto di un congiunto, sempre in ansia, scoprire negli operatori  quel 'supplemento di dolcezza'  che, se mi si  passa l’espressione, banale ma sincera, colora di rosa la vita, talvolta grigia, dei pazienti e dei familiari. Grazie!"