Per stare bene, i farmaci non bastano!

Nel trattamento dei disturbi mentali gravi, vince un intervento globale: andare oltre i farmaci con le terapie integrate. Coinvolti paziente, équipe di specialisti, famiglia e strutture territoriali.

di Alessandra Binazzi

disturbi mentali gravi e terapie integrate

Il giudizio sulla validità della combinazione prevenzione, terapia e riabilitazione, nei diversi ambiti della medicina in cui viene applicata, è più che positivo: un intervento globale che sia basato su una valutazione approfondita del malato con prescrizione di terapie su misura, che non si limitino alle cure farmacologiche, può migliorare la condizione fisica e psicologica del paziente.
Oggi ci sono nuove prospettive anche per la cura dei disturbi mentali gravi. Oltre alla fondamentale interazione ricerca e clinica, è stato sperimentato che l’integrazione delle terapie farmacologiche e psicoterapiche con le terapie riabilitative, raggiunge in molti casi risultati eccellenti. L’argomento è stato oggetto di un convegno che si è tenuto a giugno presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche, a Roma.

Migliorare la qualità di vita dei pazienti con l’approccio integrato

Sulla base dei risultati ottenuti, gli specialisti intervenuti ciascuno con l’esperienza maturata nel proprio campo -  psichiatrico, psicoterapeutico e psicoeducativo - hanno messo in risalto la necessità di protocolli integrati nella gestione di medio-lungo termine delle realtà cliniche complesse, ovvero interventi complementari, di potenziamento della cura farmacologica e mai sostitutivi, per:

  • promuovere un recupero del paziente in ambito psicosociale,
  • migliorarne le performance neurocognitive,
  • ridurre la vulnerabilità allo stress,
  • ridurre il rischio di sviluppare comorbidità somatiche associate.


“Lavoriamo in questo senso nell’interesse dei  pazienti, dei familiari e delle persone che studiano da noi – spiega il prof. Massimo Biondi, Direttore del Dipartimento Assistenziale Integrato (DAI) di Neuroscienze e Salute Mentale del Policlinico Umberto I, che ha introdotto i lavori del convegno – Lo facciamo per poter dare oltre a migliori cure per i pazienti, una formazione innovativa agli specializzandi attraverso approcci nuovi come, ad esempio, le terapie integrate farmacologiche e psicoterapiche o riabilitative nei disturbi mentali gravi”.

C’è uno stretto rapporto tra università e territorio, in ambito ospedaliero, che “è un altro dei nostri punti di forza”, sottolinea Biondi anche se il dipartimento da lui diretto, come il resto dell’azienda universitaria romana e come pure gli altri presidi sanitari del territorio,  “scontiamo una ristrettezza di risorse. Nel Lazio in particolare per problematiche legate al piano di rientro dal debito: pochi letti rispetto alle richieste, personale ridotto causa con pensionamenti. Tutto questo moltiplica la fatica quotidiana. Ciò nonostante non molliamo, miglioriamo l’impegno per andare avanti in questo campo”.

Una équipe di professionisti per un approccio multimodale

Si è infatti diffuso tra i clinici un consenso piuttosto unanime sul fatto che sia utile organizzare équipe poliedriche nelle quali, al fianco dello psichiatra, siano coinvolte altre figure professionali, quali lo psicologo clinico, il tecnico della riabilitazione psicosociale, il neurologo e gli specialisti di altre discipline mediche, i cui interventi dovrebbero esser programmati in modo sequenziale nell’ambito di protocolli coordinati attuati da questi team multidisciplinari. Questi approcci multimodali nel trattamento dei pazienti con disturbi mentali gravi vengono attualmente raccomandati dalla maggior parte delle linee guida internazionali.

Il disturbo mentale grave nei giovani

Il primo punto affrontato durante il convegno è stato quello del riconoscimento precoce dei giovani pazienti con manifestazioni di esordio molto poco evidenti del fattore di rischio elevato di successiva transizione psicotica. Si è visto comunque che i pazienti con Disturbi Mentali Gravi, una volta completato l’inquadramento diagnostico ed impostato un protocollo di terapia farmacologica, molto spesso evidenziano una spiccata propensione a mostrare scarsa aderenza ai trattamenti prescritti. Al fine di minimizzare le conseguenze negative di queste problematiche, in questi casi è stata anche sperimentata l’efficacia di interventi psicoeducativi o di altre tecniche finalizzate all’implementazione della disponibilità dei pazienti e al miglioramento degli stili di vita e delle strategie di adattamento degli stessi.

Il ruolo della famiglia

Ma accanto a farmaci e terapie complementari vive un’altra realtà importante al pari delle precedenti per le quali occorrono anni di studio, ricerca e specializzazioni anche all’estero. E’ quella rappresentata dalla famiglia della persona in sofferenza psichica:

“Una risorsa fondamentale – come sottolinea il prof. Massimo Biondi – Nel caso delle malattie mentali gravi, sono malattie della famiglia, nel senso che tutta la famiglia soffre insieme alla persona.  Quindi coinvolgere i familiari nei progetti terapeutici, informare, far sapere diventa uno strumento indispensabile. Ormai da qualche anno abbiamo un rapporto molto stretto con la consulta regionale per la salute mentale, in particolare con la presidente dottoressa Daniela Pezzi, e siamo in sintonia continua. E’ una ‘partita’ che giochiamo insieme, lavoriamo insieme su quello che ci dicono le persone mentalmente sofferenti per realizzare i cambiamenti favorevoli, nei limiti del possibile".

Cosa succede se, con i tagli alla spesa pubblica, l’accesso alle cure non è più per tutti?

"Un lavoro pregevole", quello del prof. Biondi e della sua équipe, che secondo la Presidente della consulta regionale per la salute mentale “hanno avuto una notevole dose di coraggio, che è anche il valore aggiunto al loro abituale impegno, nel voler affrontare il problema delle terapie integrate in salute mentale nel momento in cui  i dipartimenti di salute mentale del Lazio non stanno offrendo più questo tipo di servizio". "L’accesso alle cure sta diventando non più per tutti - osserva la dottoressa Pezzi -  c’è una tendenza, che non si riesce a bloccare, di un ricorso alle terapie farmacologiche,  le più economiche possibili considerati i tempi, e tutta quella che è la ricchezza dei gruppo multifamiliari, le psicoterapie, la psicoeducazione, le attività riabilitative non si riesce più ad averli presenti contemporaneamente nei progetti personalizzati di presa in carico”.

Necessari i servizi psichiatrici territoriali e investimenti su terapie integrate

La speranza di tutti - addetti ai lavori, pazienti e familiari -  è di un ripensamento a livello regionale che impedisca da una parte lo smantellamento dei servizi psichiatrici territoriali, dall’altro si torni ad investire sulle terapie integrate.  “Perché l’integrato resti una dichiarazione di intenti sconfessata dalla pratica giornaliera”, conclude la Pezzi.
Affinché ciò avvenga è fondamentale anche modificare l’atteggiamento culturale rispetto ai percorsi di cura che, al momento attuale, registrano un ritorno all'affidamento del paziente con disturbi mentali nelle mani dello psichiatra che ridiventa l’unico detentore di un percorso di cura, ridotto per i noti motivi del blocco delle assunzioni e della limitazione degli investimenti. Mentre un progetto personalizzato come quello di cui si è parlato lungamente in questo convegno sulle “Terapie integrate”, arricchito cioè da tante offerte di strumenti di cura, può nient’altro che migliorare il percorso psico-fisico della persona sofferente. A totale vantaggio suo, dei suoi familiari, della collettività.