Brivido post-operatorio, la sensazione di infreddolimento che non passa

Nell'82% dei casi, nel Lazio non viene mai misurata la temperatura dei pazienti prima dell'ingresso in sala operatoria; in Italia è la metà delle strutture a farlo.

di Regina Geloso

Brivido post-operatorio-camera-chirurgica

La principale ragione dell’assenza del monitoraggio nel Lazio è la mancata disponibilità di termometri e monitors per tutti i pazienti. Mentre in Italia sono fattori ugualmente "colpevoli" la scarsità di interesse nella misurazione della temperatura e l'assenza di sistemi idonei in dotazione (per esempio per l'anestesia loco-regionale).
Se a livello Nazionale il riscaldamento perioperatorio viene effettuato nel 93% dei casi, ma con una copertura parziale degli interventi chirurgici, il pre-riscaldamento del paziente, in sala d’attesa o in sala operatoria prima dell’induzione dell’anestesia invece non viene effettuata mai nel 41% dei casi.
Inversione di tendenza nel caso del Policlinico Umberto I che "rappresenta un caso di eccellenza nel panorama regionale e nazionale". 
Questi alcuni preoccupanti dati evidenziati dal sondaggio condotto sulla normotermia perioperatoria in Italia e realizzata dalla Società italiana di Anestesia Analgesia Rianimazione e Terapia intensiva (Siaarti). Il documento è stato recentemente presentato a Roma durante la terza tappa dei "Normo Days", 12 workshop previsti fino a novembre in varie città italiane che hanno già toccato Napoli, Milano e Roma. Gli eventi sono inseriti e accompagnano  la Campagna di sensibilizzazione “Chirurgia senza Brivido” che mira a sensibilizzare, informare professionisti della salute, cittadini e IStituzioni. 
Presente anche Prof. Luigi Tritapepe, Responsabile Divisione anestesia e terapia intensiva in cardiochirurgia  dell'Azienda Ospedaliera Universitaria Policlinico Umberto I che saluta l'evento come l'occasione "per fare il punto su una semplice manovra che in una condotta anestesiologica adeguata deve prevedere il controllo stretto della temperatura del paziente e per promuovere un programma di controllo della temperatura in anestesia".

"Il mancato controllo della temperatura centrale corporea del paziente porta grandissimi problemi dei quali il più noto è il brivido post-operatorio che comporta però una serie di eventi più complessi: intanto il cattivo controllo del dolore post-operatorio, ma anche stress cardio-vascolare, problematiche legate ai processi coagulativi, non che una sorta di immunodepressione che è causa di una più lenta e difficoltosa guarigione del paziente".


SIIARTI, nel paper Buone pratiche cliniche afferenti la normoterapia perioperatoria,  sottolinea infatti come l’ipotermia accidentale perioperatoria modifichi il metabolismo e gli effetti clinici della maggior parte dei farmaci usati in anestesia, contribuisca ad aumentare l’incidenza di complicanze infettive, di eventi ischemici cerebro-vascolari e di eventi emorragici;  globalmente determina un aumento della degenza ospedaliera e della mortalità postoperatoria. È fondamentale, dunque, monitorare la temperatura centrale (uniformando il protocollo di misurazione) in anestesia generale così come in anestesia locoregionale. 
"L'ipotermia accidentale perioperatoria - prosegue Prof. Tritapepe - non è legata necessariamente alla lunga durata dell'intervento, in quanto l'equilibrio termico avviene dopo appena dopo 30-45 minuti. Anche il paziente in anestesia locoregionale è soggetto al processo di ipotermia accidentale perioperatoria". 

Temperatura perioperatoria: mancano i protocolli specifici!

Nell'82% dei casi, nel Lazio non viene mai misurata la temperatura dei pazienti prima  dell’ingresso in sala  operatoria. Non più confortante il dato italiano che segna l'ago della bilancia a metà delle strutture coinvolte nell'indagine. 

“È importante che il paziente venga riscaldato attivamente prima dell’inizio dell’intervento.  La temperatura corporea, infatti, si disperde principalmente nei primi 30-60 minuti – spiega Prof. Tritapete in una intervista rilasciata a Quotidiano Sanità. Questa ‘buona pratica’ consentirebbe, con costi contenuti, di prevenire complicanze anche gravi ed è fondamentale non solo negli interventi di lunga durata ma anche in quelli brevi che possono anche non prevedere un taglio chirurgico e non svolgersi all’interno di una sala operatoria". 

Nelle strutture che effettuano il monitoraggio (44% in Italia):

  • per il 68% è consuetudine informare i pazienti (care-givers) del rischio e delle misure adeguate a contenerlo. Spicca il Lazio dove in quasi la totalità dei casi viene informato il paziente;
  • per il 43% il dato di TC viene riportato in cartella clinica del paziente;
  • per il 40% delle strutture la TC viene misurata in oltre il 50% degli interventi chirurgici. Bollino nero per il Lazio dove solo il 20% delle strutture supera la soglia del 50%;
  • per il 76% esistono differenze nella frequenza di misurazione in relazione alla tipologia di anestesia (generale/loco-regionale), meno frequente misurazione in loco-regionale.

In oltre l’80% delle strutture non è presente un protocollo specifico e condiviso con chirurgie e PS/DEA, per la prevenzione dell'ipotermia e il monitoraggio perioperatorio dei pazienti.

"Ci auspichiamo che venga implementata, a livello nazionale, una check list che includa il monitoraggio della temperatura e il riscaldamento del paziente – ha concluso Prof. Tritapepe. Il nostro Ospedalerappresenta un caso di eccellenza nel panorama regionale e nazionale. Da sempre il paziente viene riscaldato in modo attivo in sala operatoria anche quando si tratta di interventi di breve durata e in anestesia loco-regionale. Questo consente di avere meno complicanze, maggiore comfort e potrebbe contribuire a migliorare la gestione del dolore post operatorio”.